Ristrutturazione, restauro e risanamento conservativo: quali sono le differenze

La Cassazione ha spiegato quali sono le differenze tra ristrutturazione, restauro e risanamento conservativo. Vediamo quanto sottolineato.

Esaminando il caso di un cambio di destinazione d’uso, da residenza a turistico-ricettivo, di un edificio risalente al Settecento, con la sentenza 38611/2019, la Cassazione ha ricordato che in base all’articolo 10, comma 1, lett. c), del Testo Unico dell’Edilizia (DPR 380/2001), è richiesto il permesso di costruire per gli interventi di ristrutturazione edilizia che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti o, nei centri storici, modifiche della sagoma degli immobili vincolati. Per gli altri interventi di ristrutturazione edilizia è sufficiente la Scia.

Secondo l’articolo 3, inoltre, sono interventi di ristrutturazione edilizia quelli rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente. Rientra in questo insieme il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti, la demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria, fatte salve le innovazioni per l’adeguamento antisismico, il ripristino degli edifici, o di parti di essi, demoliti o crollati.

Sono interventi di restauro e risanamento conservativo, ai sensi dell’articolo 3 comma 1 lett. c) del DPR 380/2001, gli interventi edilizi rivolti a conservare l’organismo edilizio e ad assicurarne la funzionalità mediante un insieme sistematico di opere che, nel rispetto degli elementi tipologici, formali e strutturali dell’organismo stesso, ne consentano anche il mutamento delle destinazioni d’uso purché compatibili con quelle previste dallo strumento urbanistico generale e dai relativi piani attuativi. In questo gruppo ci sono il consolidamento, il ripristino e il rinnovo degli elementi costitutivi dell’edificio, l’inserimento degli elementi accessori e degli impianti richiesti dalle esigenze dell’uso, l’eliminazione degli elementi estranei all’organismo edilizio. La finalità degli interventi di restauro e risanamento conservativo è quella di rinnovare l’organismo edilizio in modo sistematico e globale, ma pur sempre nel rispetto dei suoi elementi essenziali tipologici, formali e strutturali.

Per rimanere nell’ambito del restauro e risanamento conservativo, non possono essere mutati:

  • la qualificazione tipologica del manufatto preesistente, cioè caratteri architettonici e funzionali di esso che ne consentono la qualificazione in base alle tipologie edilizie;
  • gli elementi formali, come la disposizione dei volumi e gli elementi architettonici che danno l’immagine del manufatto;
  • gli elementi strutturali, che compongono la struttura dell’organismo edilizio.

La sentenza ha sottolineato che gli interventi edilizi che alterano l’originaria consistenza fisica attraverso una diversa distribuzione interna e l’inserimento di impianti non si configurano né come manutenzione straordinaria né come restauro o risanamento conservativo, ma devono essere classificati come ristrutturazione edilizia. In presenza di un vincolo paesaggistico, sono vietati gli interventi che comportano un’alterazione dell’assetto esteriore degli edifici o ne violino l’esigenza di conservazione. Nell’ambito degli interventi di restauro o risanamento conservativo è consentito il cambio di destinazione d’uso purché compatibile con l’edificio conservato.

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